IL POPOLO

Politica



Riceviamo e volentieri pubblichiamo, anche per bilanciare le proposte contrarie. La riforma Nordio non pretende di risolvere tutti i problemi della giustizia penale. Essa introduce alcune misure che mirano a favorire l’instaurarsi di una cultura e di prassi più conformi ai principi costituzionali che regolano l’esercizio del potere giudiziario. Nella coscienza realistica che spesso la ricerca del modello perfetto finisce per unificare ogni concreto tentativo di cambiamento, la scelta di votare SÌ appare come la soluzione più ragionevole.
Ci sono amici, già DC, che ricordando gli anni in cui la magistratura assunse il compito di sostituirsi alla politica, sino a favorire la fine dei partiti della Prima Repubblica, almeno quelli dell’area centrale, DC e PSI in primis, intendono votare per il SI. Ad essi vorrei evidenziare il contesto in cui questa legge di rango costituzionale si pone. Il trio Meloni-Salvini-Taiani che guidano al governo, accanto a questa legge intendono portare avanti una legge elettorale “super truffa” che, a differenza di quella che, nel 1953, propose la DC degasperiana (premio di maggioranza alla lista o alla coalizione che avesse ottenuto il 51% dei voti) intende assegnare il premio alla lista o alla coalizione che ottenga il 40%.
Secondo l'on. Luciano Azzolini la legge costituzionale sulla magistratura, sulla quale siamo chiamati ad esprimerci in marzo con referendum, non merita conferma, ma egli non cita alcun suo contenuto che motivi tale giudizio. Lamenta che la maggioranza non abbia ascoltato le minoranze, ma è noto che queste hanno assunto la posizione difesa dall'Associazione Nazionale Magistrati che non voleva nessun cambiamento.
Mauro Zampini, ex segretario generale della Camera dei Deputati, ha pubblicato un articolo che illustra i motivi “pesanti” che spingono a votare “no” al prossimo referendum di riforma dell’organizzazione istituzionale della magistratura. Leggo sempre con grande interesse e in generale con condivisione gli scritti di Zampini, già in posizione di vertice dell’amministrazione della Camera dei Deputati e anche per questo scritto leggo, condividendole, le critiche sulla perdita di peso delle Camere nei confronti del potere esecutivo anche per competenze che sono legislative.
Ci sono amici dell’area DC e popolare convinti nella scelta del SI al prossimo referendum costituzionale tra i quali, in molti di loro, sembra prevalere una sorta di volontà di rivincita dopo le tante violenze subite dal nostro partito storico nella “stagione di mani pulite”, insieme alla difesa pur condivisibile principio della separazione dei poteri e delle funzioni tra magistratura giudicante e magistrature inquirente. Noi “ DC non pentiti” vogliamo restare fedeli alla Carta dei nostri padri fondatori: De Gasperi, Dossetti, Moro, Fanfani, La Pira, Gonella, Mortati, e intendiamo difenderla, impegnandoci ad attuarla insieme a quanti condividono questo progetto.
Ho seguito con interesse il confronto apertosi sul prossimo referendum costituzionale sulla separazione delle carriere dei giudici. Pur non essendo contrario a detta separazione, alla fine, ritengo sia più importante evitare ogni tentativo di annullare la separazione dei poteri sancita dalla Costituzione tra legislativo, esecutivo e giudiziario. Ecco perché ho aderito al Comitato De Gasperi-Moro per il NO alla separazione delle carriere, così come nel 2016 con gli amici Gargani e Tassone costituimmo il Comitato dei popolari per il NO alla “deforma costituzionale” promossa dall’allora presidente del consiglio Matteo Renzi.
Combatto da molto tempo per la costruzione di un centro nuovo della politica italiana ampio e plurale, frutto della confluenza delle grandi culture politiche democratiche: popolari, liberali e riformiste, unite nel segno della difesa e attuazione integrale della Costituzione. Un centro alternativo all’attuale maggioranza di destra nazionalista e sovranista che, con le sue scelte, sta colpendo a ripetizione alcuni dei fondamentali della nostra Carta costituzionale.
E’ passato più di un anno dalla nascita del Movimento Iniziative Popolari, ringrazio tutti per l’impegno costante con cui lo stesso sta operando per rimettere insieme un’area politica che dal 1994 ha cessato di esistere unitariamente, li ringrazio anche per le battaglie che si sta promuovendo in difesa della Democrazia Parlamentare in modo trasversale attraverso il Comitato Iniziative Popolari. Oggi, ritengo che siano maturi e doverosi i tempi per una vera ricomposizione dell’area politica o meglio del polo Popolare Democratico Cristiano in alternativa ai presenti.
Preoccupa il disegno politico che la Presidente del Consiglio porta avanti, che è quello del superamento dei principi democratici su cui si è fondata la Repubblica il 2 giugno del 1946, con il referendum istituzionale e con l’entrata in vigore della Costituzione il 1 gennaio del 1948. Molti commentatori, più interessati agli slogan semplificativi che alle analisi, hanno deciso che questa fase è una seconda repubblica. E’ un abuso terminologico,un sottrarsi ad un serio approfondimento della situazione.
Ormai 25 anni fa moriva a Roma Flaminio Piccoli; ma quand’era nato? Manlio Goio è probabilmente l’unico biografo al mondo che non indica la data di nascita del suo soggetto: forse per timore reverenziale, forse per non mescolarlo troppo alle umane cose. Lo ha fatto in un antico instant-book preelettorale per la collana rusconiana che recava un titolo singolare e tristemente profetico: si chiamava infatti, già nel 1972, “Prima linea”. Ma Flaminio Piccoli era nato nel 1915, dunque proprio centodieci anni fa, a Kirchbichl, un villaggio del Tirolo austriaco che già nel nome porta la parola “Chiesa”. Nomen omen, è appena il caso di dire. Politico e giornalista, Piccoli ebbe a che fare (e molto) con la Dc, l’Adige (il giornale, non il fiume) e l’Ac. Nominato nel 1952 presidente dell’Azione cattolica trentina, si schierò con Mario Rossi e Carlo Carretto contro Luigi Gedda, rivendicando l'esigenza di distinzione tra i compiti di formazione religiosa e spirituale dell'associazionismo cattolico e il ruolo politico e autonomo del partito.