Dai verbi che si sono rincorsi nella lettera enciclica Fratelli Tutti se ne ricava un fonema portante: dialogo. Nasce anche il concetto di vita come "arte dell'incontro" con tutti, anche con le periferie del mondo e con i popoli nativi, perché "qualcosa si impara da tutti, nessuno è inutile. 

Parlare della “cultura dell'incontro” significa che come popolo ci appassiona cercare di ritrovarsi, cercare punti di contatto, costruire ponti, proiettare qualcosa che includa tutti. Questo è diventato un desiderio e uno stile di vita. Il soggetto di questa cultura sono le persone, non un settore della società che cerca di pacificare il resto con risorse professionali e mediatiche.

Il vero dialogo è quello che permette di rispettare il punto di vista dell'altro, i suoi legittimi interessi e, soprattutto, la verità della dignità umana. Il relativismo non è una soluzione - indica nell'enciclica - perché senza principi universali e norme morali che proibiscono il male intrinseco, le leggi diventano solo imposizioni arbitrarie.

Infatti, «in un vero spirito di dialogo si alimenta la capacità di comprendere il significato di ciò che l’altro dice e fa, pur non potendo assumerlo come una propria convinzione. Così diventa possibile essere sinceri, non dissimulare ciò in cui crediamo, senza smettere di dialogare, di cercare punti di contatto, e soprattutto di lavorare e impegnarsi insieme». (197)

In quest’ottica, un ruolo particolare spetta ai media che, senza sfruttare le debolezze umane o tirare fuori il peggio di noi, devono orientarsi all’incontro generoso e alla vicinanza agli ultimi, promuovendo la prossimità ed il senso di famiglia umana (205).

Scrive il Papa: «In una società pluralista il dialogo è la via più adatta per arrivare a riconoscere ciò che dev’essere sempre affermato e rispettato, e che va oltre il consenso occasionale» (211). Il Papa nota che questo è il tempo del dialogo. Tutti scambiano messaggi sui social, ad esempio, grazie alla rete. E tuttavia spesso il dialogo si confonde con un febbrile scambio di opinioni, che in realtà è un monologo nel quale predomina l’aggressività. Nota pure acutamente che questo è lo stile che sembra prevalere nel contesto politico, che ha, a sua volta, un riflesso diretto nella vita quotidiana della gente (cfr 200-202).

«L’autentico dialogo sociale presuppone la capacità di rispettare il punto di vista dell’altro, accettando la possibilità che contenga delle convinzioni o degli interessi legittimi» (203)

È questa la dinamica della fratellanza: il suo carattere esistenziale, che aiuta a relativizzare le idee, almeno nel senso di non rassegnarsi al fatto che un conflitto insorto da una disparità di vedute e di opinioni prevalga definitivamente sulla fratellanza.

Dialogo non significa affatto relativismo, sia chiaro. Come aveva già scritto nell’Enciclica Laudato si’, Francesco afferma che se a contare non sono verità oggettive né princìpi stabili, ma la soddisfazione delle proprie aspirazioni e delle necessità immediate, allora le leggi verranno intese solo come imposizioni arbitrarie e ostacoli da evitare. La ricerca dei valori più alti si impone sempre (cfr. 206-210).

L’incontro e il dialogo si fanno così «cultura dell’incontro», che significa la passione di un popolo nel voler progettare qualcosa che coinvolga tutti; e che non è un bene in sé, ma è un modo per fare il bene comune (cfr nn. 216-221).

Vi è un passaggio nel testo della enciclica che merita ogni attenzione. E’ un particolare appello del Papa al "miracolo di una persona gentile": “La gentilezza è una liberazione dalla crudeltà che a volte penetra le relazioni umane, dall’ansietà che non ci lascia pensare agli altri, dall’urgenza distratta che ignora che anche gli altri hanno diritto a essere felici. Oggi raramente si trovano tempo ed energie disponibili per soffermarsi a trattare bene gli altri, a dire “permesso”, “scusa”, “grazie”. Eppure ogni tanto si presenta il miracolo di una persona gentile, che mette da parte le sue preoccupazioni e le sue urgenze per prestare attenzione, per regalare un sorriso, per dire una parola di stimolo, per rendere possibile uno spazio di ascolto in mezzo a tanta indifferenza. Questo sforzo, vissuto ogni giorno, è capace di creare quella convivenza sana che vince le incomprensioni e previene i conflitti. La pratica della gentilezza non è un particolare secondario né un atteggiamento superficiale o borghese. Dal momento che presuppone stima e rispetto, quando si fa cultura in una società trasforma profondamente lo stile di vita, i rapporti sociali, il modo di dibattere e di confrontare le idee. Facilita la ricerca di consensi e apre strade là dove l’esasperazione distrugge tutti i ponti. (224).

 

Teofilo