Con il governo Draghi si era accesa nell’Italia una grande voglia di riprendersi il futuro senza tutte quelle zavorre ideologiche che hanno portato per trenta lunghi anni il paese ad una destrutturazione infinita delle scelte ordinamentali e strutturali dei governi di segno opposto, con inevitabile compromissione delle nostre capacità produttive e della credibilità internazionale.

È stata una parentesi intensa e proficua che ha consentito al paese il recupero di una forte affidabilità nei quadranti internazionali, che mai avevamo conosciuto dalla fine della cosiddetta prima repubblica, e una ripresa produttiva che ha trovato il giusto impulso, malgrado un quadro economico globale viziato da una devastante pandemia e una inflazione inarrestabile.

Un’occasione che andava sostenuta fino alla fine della legislatura per fare in modo che si incardinassero saldamente tutta quella serie di adempimenti preventivi per la regolare prosecuzione del programma attuativo del Pnrr.

In questo groviglio socio-politico non è mancata la voce acuta e lungimirante di Marco Follini che con un articolo su “La voce del popolo” di questi giorni, non affaccia molte speranze sull’inadeguatezza di questo ceto politico nel saper celebrare ed esaltare quel minimo di convergenze di cose da fare che imprescindibilmente servono al paese per agire insieme, pur con la naturale contrapposizione tra maggioranza ed opposizione, per non vanificare e disperdere quel clima di corresponsabilità che la scelta di Draghi al governo ha significato.

Così non può che convenirsi con le sue parole con cui sottolinea, amaramente: ”... la strutturale incapacità di questo ceto politico a celebrare un minimo rito di unificazione civile del paese. Un tema, una questione, un argomento, una qualsiasi cosa su cui i partiti mostrino di concordare. Un riconoscimento che offrano ai loro avversari, una convergenza patriottica che serva a dire che ci sarà un attimo, anche solo un attimo, in cui le forze che si combattono sapranno avvicinarsi per rappresentare almeno un simulacro di unità del Paese. Il primo che riconoscesse qualcosa di buono nel suo avversario sarebbe un candidato da votare subito. Per ora, non se ne vede traccia”.

Quello che finora continua a campeggiare, nell’aspra contesa tra i due schieramenti guidati rispettivamente da FdI e dal Pd, è l’olimpico disinteresse a guardare ai problemi reali, che nella loro crescente drammaticità stanno portando il paese ad un pericoloso depauperamento di ampi strati della popolazione.

Conta solo la quotidiana demonizzazione dell’avversario, e con esso, di tutto quello che, anche di buono, ha saputo mettere in campo.

E non è l’unica sufficiente ragione del diffuso sconcerto.

Non meno grevi appaiono i toni odierni che si aggiungono ad un cinismo propagandistico che riecheggia le sciagure politiche che si agitavano nel ‘94 quando Berlusconi decise di scendere in campo contro la gioiosa macchina da guerra di Achille Occhetto.     

Ancor più meraviglia l’assenza di un ruolo pacificatore, come si sbandiera nella tradizione politica dei partiti, sedicenti centristi, dall’Udc, a Lupi e Toti, da sempre schierati al fianco di Berlusconi ed oggi sudditi, a cominciare dal Cavaliere di Arcore, di una coalizione a trazione meloniana, incapaci di cogliere, nel muro contro muro, elementi comuni tesi a mantenere un ponte tra le due rive, per non sfilacciare del tutto quei pochi punti di contatto che pure vi sono state durante l’esecutivo Draghi, imposti dalla gravità dei problemi da risolvere, nel quadro di una seria e credibile attuazione del Pnrr.

Persino nei momenti più acuti della guerra fredda il PCI mai recise quel tenue filo che li teneva in sintonia con la DC quando si trattava di scelte strategiche per il paese.

Se nemmeno l’autorevolezza e la grande caratura di Draghi è riuscita nell’intento di assicurare al suo governo di unità nazionale il raggiungimento della naturale scadenza della legislatura, come potrà un prossimo governo, in mano ad una classe politica così poco avveduta, avviarsi in un mare così procelloso pieno di insidie e di questioni, talvolta insormontabili, senza quelle giuste credenziali internazionali che sono l’immancabile ingrediente per assicurarsi quella rete di relazioni che, in un quadro di rapporti globalizzati, servono per pianificare un futuro senza erigere muri e tracciare, a ogni piè sospinto, confini ed incomprensioni?

Di certo al momento della formazione del nuovo governo il Presidente Mattarella non mancherà, come sempre, di valutare anche i minimi dettagli.

Per contro non appaiono granché comprensibili le precipue ragioni che si declamano a sostegno di un ruolo che il Pd si sta ritagliando in questa confusa opera di reclutamento, come fosse una crociata in difesa delle fondamenta del patto repubblicano e della Costituzione contro un possibile ritorno dell’ideologia fascista, che malcelate simpatie di qualche esponente di destra, affacciano.

Una preoccupazione, quella di arrogarsi la difesa della nostra Carta costituzionale che non abbiamo visto quando con i 5 stelle si decise di mutilare la composizione delle Camere senza dare corso a quei contrappesi che pure erano la condizione del sostegno assicurato dal Pd.

Uno strabismo istituzionale che forse è più saggio lasciarlo tranquillamente ai cultori della letteratura e delle accademie.

Sta di fatto che Letta, che si è infilato in un ginepraio di contraddizioni con gli accordi, che al fianco sinistro, con Fratoianni e Bonelli, ribaltano quelli che lui aveva fatto al fianco destro con Calenda, che ieri, dopo due giorni di riflessione,ha mandato all’aria tutto, ritornando all’idea del terzo polo, invece di declamare l’agenda Draghi, che, con tutto il caravanserraglio che si è portato in casa, non potrà mai realizzare, si affretti a delineare con una certa organicità qual è l’innervatura essenziale del suo programma.

Mentre a poco servono slogan inopportuni, come, la dote ai giovani, sottraendo risorse ai patrimoni più alti: ben poca cosa, mentre forte è il rischio di creare ulteriori occasioni di conflitto tra ceti sociali; l’insistente petizione sul salario minimo, la cui disciplina ben potrebbe essere affidata, per quelle categorie che ne sono fuori, alle contrattazioni collettive nazionali, che, come è noto, si applicano con effetto “erga omnes”; oltre alla tendenziale propensione a non porsi seriamente il problema della decompressione fiscale per alleggerire i prelievi su retribuzioni e pensioni, e riposizionare più equamente il pesante drenaggio fiscale su altre fonti di reddito e sulle grandi rendite.

L’impressione, che appare sempre meno campata in aria, è che Letta e la sua “ditta” siano stati presi da una ossessione massimalista, che gli ha fatto perdere la bussola con l’idea che più sigle metti dentro più voti prendi.

Le diverse lezioni del passato, evidentemente, per Letta non fanno testo.

Insomma un compito non facile, e poderoso, che stride e non può ragionevolmente trovare valida espressione nell’ ammucchiata che Letta sta tentando di costruire, poco compatibile con un progetto capace di ammodernare e ridare slancio al paese.

Altro che agenda Draghi.

Piuttosto una babele che mette a nudo le reali intenzioni dei tanti “filo centristi”, spuntati, in questi ultimi mesi, da strane zone d’ombra o assai nebbiose, ed il senso di tutte quelle tortuose contorsioni tese ad ipotecare quello spazio, strumentalmente centrista, evaporate nel giro di pochi giorni, dopo che qualcuno si è affrettato a balenare un buon numero di seggi all’asta.

È il segno tangibile che nessuno di quei progetti aveva una caratura credibile e seria.

Solo piccoli e ingannevoli espedienti, evidentemente, sufficienti a rifarsi una apparente verginità e poi andare alla ricerca del miglior offerente per assicurarsi, a qualsiasi costo, anche con il concreto rischio di perdere la faccia, un posto nel nuovo parlamento.

Così che non appare una semplice  boutade la previsione che questo schieramento, sempre meno di centro e più di sinistra, sembra destinato ad un suicidio politico.

C’è infine l’ipotesi centrista che se fino a stamane sembrava lasciata in mano al solo Renzi, già impegnato a tessere alleanze con alcuni movimenti, la decisione inaspettata di Calenda rimette tutto in discussione e rende plausibile una possibile alleanza con Renzi per rilanciare l’idea del terzo polo che può davvero ambire ad insidiare facili vittorie.

Se Renzi non aveva perso tempo con le prime abbozzate alleanze con particolare attenzione alla lista dei sindaci di Pizzarotti.

Appare in questo quadro assai significativa l’intesa raggiunta con la DC per un’alleanza di lista.

Una scelta che si pone come punto di diretto coinvolgimento del mondo cattolico e di tutti quei movimenti che si sono tenuti ben lontani finora da un diretto coinvolgimento nelle vicende elettorali.

Un atto coraggioso che con il riposizionamenti di Calenda rende la strada meno tortuosa e velleitaria, anche se la novità dell’ultima ora puo’ proporre tutta una serie di altri problemi nell’eventualità di un ampliamento dell’alleanza, soprattutto nei termini di una specifica autonomia identitaria.

Certo è emblematico il fatto che le seduzioni del Pd, pur per Calenda inaspettate (il Pd, a dire il vero, è apparso stranamente assai prodigo nell’offrire il trenta per cento dei propri collegi) non sono valse a convincere della bontà dell’operazione, che lo stesso Calenda non aveva mancato di rimarcarne limiti e impraticabilità di fondo  di questo bizzarro progetto.

Insomma la partita si riapre con il ritorno al vecchio progetto espresso, subito dopo il grande exploit della sua lista alle amministrative di Roma, su cui si era appuntato un certo interesse da parte di ampi settori dell’opinione pubblica.

Un progetto che ha una ragionevole spendibilita’.

Se già appariva potenzialmente possibile una tale impresa, seppur in una misura contenuta, tanto da reputare positivamente la riuscita di questa sfida, quando ancora ieri  sembrava essere Renzi il solo ad imboccarla, a patto che, secondo Lucio D’Ubaldo, ne Il Domani d’Italia di ieri, il leader di Italia Viva avesse il respiro giusto per andare oltre gli spiccioli di una propaganda inneggiante al protagonismo dei “liberali e riformisti”.

Renzi, e da oggi anche Calenda, possono agire in tutta un'area poco arata da un po’ di anni.

Però se per Renzi non sarà difficile includere nel suo programma elementi significativi del popolarismo,

molto più piegata sulla generica formula programmatica (lib-lab) sarà quella di Calenda, con qualche difficoltà nel facilitare un convinto sostegno di tutta quella parte dell’area cattolica che non trova spazi in quel riformismo manierista che affida alle derive del mercato economico la sua efficacia.

Spero si faccia di questa occasione unica la giusta leva per un progetto di trasformazione del paese i cui tratti comuni trovino declinazione, oltre che nelle necessità attuative del Pnrr, in un maggior protagonismo della politica sulle élite economico-finanziarie e su una globalizzazione selvaggia che ha fatto perdere molte delle nostre identità produttive, che vanno sostenute.

E ancora in un significativo rafforzamento dell’Europa nel segno di un suo più spiccato ruolo solidale, in una vigorosa difesa della vita in tutte le sue condizioni di esistenza, in un concreto sostegno al processo di disarmo delle testate nucleari con conversione in energia per uso civile, oltre a proseguire nella linea della contestuale intermediazione per contribuire a risolvere il conflitto in Ucraina, con il necessario intervento dell’Onu, in una prioritaria previsione di adeguati sostegni per invertire concretamente la denatalità, in una maggiore attenzione ai diritti sociali, in una robusta semplificazione burocratica, una velocizzazione dei processi e delle liti civili senza compromettere le garanzie del contraddittorio, e un fisco più vicino ai cittadini, oltre ad un quadro di maggiore sussidiarietà nella cura dei territori e del paese, nella migliore consapevolezza del bene comune.

Insomma serve una politica che non fugga della responsabilità, capace di assicurare al paese maggiore equità e più giustizia sociale, coesione tra i ceti e riequilibrio perequativo tra i territori, fino a quando non siano stati tradotti in opere tutte le infrastrutturalita’ che servono nelle specifiche realtà, con le opportune doverose compensazioni.

Mentre ci auguriamo maggiore oculatezza nell’andare in direzione di un rafforzamento delle autonomie, foriere di future balcanizzazioni.

A Giorgio Merlo che dal medesimo giornale suggerisce, ancor prima della decisione di Calenda di tornare sui suoi passi : “..adesso va messa in campo una iniziativa politica, e forse anche culturale nonché programmatica, che sia in grado di coinvolgere il più possibile un mondo sociale e politico che da troppi anni è senza una reale e compiuta rappresentanza politica ed istituzionale. E questo perchè quell’area cosiddetta e sbrigativamente di “centro” che per molti anni è stata decisiva in tutti gli snodi più importanti della nostra vita politica, è coincisa per molto tempo con la storia concreta dei cattolici popolari e dei cattolici sociali..”, vien da chiedere se questo bel proposito non lo abbia indirizzato anche a Tabacci che ciecamente ha regalato un simbolo, e tutti i vantaggi in tema di raccolta firme, denso di una esperienza democristiana di lungo corso, a dei transfughi, campioni del trasformismo,che hanno azzoppato il nostro impianto parlamentare, senza che siano stati al contempo approntati i dovuti contrappesi, e il nostro modello di sviluppo, quando invece poteva consentire un facile rientro in campo, in una collocazione forse più naturale, di quei cattolici popolari e cattolici sociali che Egli ora propizia, vagheggiandone un protagonismo nel “terzo polo” renziano.

 

Luigi Rapisarda