Questa breve analisi vuole mettere in particolare significanza una certa realtà del partito, affinché il dibattito che si svilupperà, a partire da questi giorni negli organi nazionali e nei precongressi, ci indirizzi a trovare nel migliore dei modi quel percorso virtuoso che ci consenta di offrire, in questo momento così importante per la vita democratica e il futuro del paese, all’Italia e all’Europa le soluzioni migliori per il raggiungimento degli obiettivi di Pace e di rispettosa convivenza tra i popoli.

A tal proposito mi sembra un contributo significativo l’intervista all’amico Luigi D’Agro’, postata su Il Popolo di ieri.

Prendo spunto dal recente Comunicato della Segreteria nazionale ove, tra l’altro, leggiamo:

“Al di là dei risultati numerici, il risultato raggiunto in Sicilia è una positiva premessa  del percorso riorganizzativo e del progetto elettorale e politico che la D.C intende proporre e perseguire nelle prossime competizioni regionali e nazionali”.

Condivido quanto affermato dal Segretario, ma ritengo ineludibile una breve analisi su quanto in esso delineato.

È sotto gli occhi di tutti lo sforzo che sta attraversando il partito per riproporre nell’attuale scena politica un progetto rinnovato che riporti nelle realtà istituzionali e rappresentative del nostro paese quel patrimonio di valori e di metodi che furono prerogativa imprescindibile della Democrazia Cristiana.

E se di certo nessuno ha sottovalutato l’enorme sfida che ci attende non appare di poco conto la giusta direzione che il partito deve seguire per accreditarsi, con la maggiore spendibilità possibile, nel quadro delle connotazioni identitarie che sono allo stato delle attuali forze politiche sempre più cangianti e fluide.

Ciò porta, da una parte, un certo disorientamento degli elettori che reagiscono, per chi decide di andare a votare, con rapidi mutamenti di opinione, ora su un partito ora sull’altro, confermando la tesi di Z. Bauman di una società sempre più fluida, dall’altra non consente l’incardinarsi di un progetto politico che guardi con lungimiranza, perché si cerca la risposta immediata ed occasionale guardando più al particolare che al generale.

Premetto, a scanso di equivoci, che il partito che fu di De Gasperi e Sturzo, che sta riscoprendo un nuovo risveglio, dopo oltre venticinque anni di assenza dalla vita politica attiva, non è, e non vuole essere, l’espressione di un nuovo partito, ma vuole ricondursi, in piena continuità, alle radici ed al florilegio di ideali, di valori e di metodi che ne caratterizzarono la cinquantennale esperienza. 

Eppure non manca ancora chi vagheggia nuove frontiere, ipotizzando inedite identità o inappropriate ibridazioni.

Il dibattito non ha risparmiato nessuno dei vecchi esponenti. Molti attestati su posizioni che non lasciano spazio a qualsivoglia reviviscenza di quella virtuosa esperienza politica (Rotondi,Follini,Pomicino, Fiori). Non pochi sono però quelli che ne riconoscono le plausibili ragioni, non foss’altro, ritenendo ancora vive ed attuali le potenzialità del grande patrimonio di valori e di principi che furono il motore ideale dell’azione della Democrazia Cristiana.

Il filo dei ragionamenti dei tanti commentatori è comunque trasversale in questa disputa, che sembra infinita, anche perché non c’è stata ancora un vero e proprio battesimo sul campo, a parte il caso eclatante della Sicilia.

Così che domina un dilemma di fondo che porta gli analisti a non trovare soluzione nel suo sbilanciarsi tra irripetibilità di quella valorosa esperienza e vaghezza della nuova identità.

Quest’ultimo sembra essere l’aspetto più controverso del problema: se sia verosimile una rinascita di quell’esperienza nella stessa forma identitaria, o se non sia il caso di prodigarsi per un'aggregazione dell’area culturale di centro, principalmente attorno a quei valori che oggi, marginalmente rappresentati, sono l’espressione più viva del cattolicesimo democratico e cristiano-sociale per un’inedita formazione politica di centro.

Ora non è un mistero che anche nel nostro partito, benché il dibattito non brilli certo di grande immediatezza e dinamismo, convivono due idee antitetiche.

Da una parte c'è chi vede quasi non più riproponibile la riedizione della DC e fa carte false per vanificare ogni tentativo in tal senso.

In questo direzione si distingue soprattutto chi si interroga spesso, come ha fatto in un ennesimo articolo dal titolo “Che fare?”, su Il Popolo, per ripetere quel filo enunciativo con cui torna a ribadire la costruzione di un nuovo soggetto politico.

Egli ci ripropone una rilettura dei suoi pregevoli articoli, intessuti dello stesso ragionamento.

Eccone alcuni passaggi:

“Tutto ciò in un Paese caratterizzato dal prevalere di una condizione etica, culturale, sociale ed  economica  di anomia ( assenza di regole, discrepanza tra mezzi e fini, venir meno del ruolo dei gruppi sociali intermedi), vittima di una crisi di sistema che si esprime nel forte astensionismo elettorale (quasi il 50%) e con molta parte delle diverse componenti del sistema sociale, in primis quelle del terzo stato produttivo e delle classi popolari, alla ricerca di un centro democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, alternativo alla destra nazionalista, ai diversi populismi e a una sinistra tuttora alla ricerca di una propria identità nell’età della globalizzazione. Trattasi della  ricerca di un nuovo equilibrio politico, tanto più necessario in questo tempo caratterizzato dalla tragica guerra russo ucraina, destinata a mettere a soqquadro gli equilibri che avevano retto l’Europa e il mondo da Yalta (4-11 Febbraio1945) e dalla nascita dell’OCSE, dopo la conferenza di Helsinki del 1975.”

Bonalberti non è nuovo a queste iniziative. Già lo scorso anno in un articolo su Il domani d’Italia,dal titolo “ Per un gruppo parlamentare nuovo di centro”, propiziava l'opinabile iniziativa di Tabacci, noto per aver cercato, non come Diogene che cercava l'Uomo nella sua vera identità etica e politica, transfughi e transumanti da portare al trono di Conte per non mandare a casa un governo che ci stava portando,mani e piedi,a fondo.
Ancora più stupefacente era la sua conclusione: " Toccherà agli amici Gargani, Infante e D'Ubaldo favorire il progetto, sostenendolo con una proposta politico programmatica unitaria all'altezza dei bisogni dell'Italia.".
Una frase che lascia intendere quanta scarsa fiducia e affidamento ha nel partito, ritienendo più efficaci le sollecitazioni e le capacità progettuali e programmatiche di piccole aggregazioni associazionistiche o semplicemente di lobby culturali, magari potenti, ma senza popolo, rispetto al lavoro intrapreso da chi sta cercando di riorganizzare e riportare,con una certa valenza,nell'agone politico una credibile riedizione della Democrazia Cristiana, in aderenza con le nuove realtà e necessità del paese, per non far mancare il proprio forte ed autorevole contributo alla rinascita dell’Italia.
E la tesi la ripropone, in una visione più aggiornata, nel suo articolo del 4 giugno su Il domani d’Italia, ove,così dice, a sostegno del medesimo obiettivo che da tempo anche Giorgio Merlo ripropone nei suoi innumerevoli articoli.

“Ha ragione Merlo, alla fine, sono molto poche le residue “casematte” della diaspora democratico cristiana. A parte quella, come l’Udc, impegnata nella difesa della rendita di posizione di un simbolo, lo scudo crociato, sin qui utilizzato solo per la sopravvivenza politica a destra dei soliti noti, io credo che tutte le altre esperienze, come quella di Insieme di Infante-Tarolli, della Dc di Grassi e Cuffaro, del Centro di Mastella e dello stesso Merlo, e con esse, anche l’esperienza avviata da Rotondi dei Verdi Popolari, possono e debbono compiere il salto di qualità per la ricomposizione politica dell’area. Se per motivi diversi non cogliessero tale necessità, mi auguro che il processo avviato dalla base (bottom up) per la convocazione di un’assemblea costituente per detta ricomposizione, potrebbe favorire il progetto.”.

Merlo lo amplifica ancora di più e allarga il campo a tutta l‘area cosiddetta centrista che va da Calenda a Brunetta a Renzi, passando per Bonino, Della Vedova, Lupi,Toti, Brugnaro e tanti altri.

Quello che non si capisce in questo vorticoso procedere dei due emeriti commentatori è come possa intrecciarsi una convivenza proficua tra prospettive così diversificate che partono da visioni, già in prima lettura, poco compatibili, ora per la precipua specificità del progetto che v’è alla base, ora per una vocazione ancellare che qualcuno si ostina a non intravedere nel quadro delle possibili e sempre più necessitate alleanze con le forze trainanti, sia nella coalizione di centrodestra, che in un eventuale polo di centro (il centrosinistra, al momento, tutto versato alla ricerca di una incomprensibile alleanza con i 5 stelle, sembra escludere ogni otenzialità di un campo largo verso il centro).

Ora è di tutta evidenza quanto questa tesi riveli  fragilità e avventurismo.  

Non ci vuol molto per cogliere tutte le insidie di un simile percorso.

Stupisce che non si colga in tutta la sua pregnanza il fatto che trovandoci ancora dentro un impegnativo  processo riorganizzativo e di ridefinizione identitaria, soprattutto nel versante programmatico, si esporrebbe inevitabilmente il partito a commistioni e ibridazioni che oltre a trasfigurarne profondamente i tratti identitari, si creerebbe un corpo senz'anima, incomprensibile ad una opinione pubblica attenta; un ectoplasma costruito su diatribe immanenti che la prevedibile competizione per la leadership, da una parte, e il compromesso, magari al ribasso con modelli culturali, liberisti e liberal democratici, dall’altra, finirebbe per sottrarre forza e affidabilità alla spinta vitale di una idea “popolare” della risposta politica che il partito ha come specificità progettuale di dare al paese.

Oggi, davanti ad un così devastato quadro politico economico dell’Italia, non servono ricette improntate al predominio del laissez faire, quali appaiono essere principalmente le proposte di Calenda, della Bonino e di Renzi( di quest’ultimo ne abbiamo avuto ampio assaggio nel corso della sua premiership, con politiche del lavoro e sulla scuola che hanno acuito i problemi in questi due cruciali settori).

Peraltro non si può sottovalutare la non certo esaltante performance di queste formazioni politiche andate a sperimentare un’ipotesi di terzo polo come abbiamo visto, in occasione delle recenti elezioni amministrative.

C’è da dire che queste formazioni che vengono, soprattutto Renzi e spezzoni di Forza Italia, da forti ridimensionamenti elettorali, a seguito di scissioni da pregresse esperienze, e che da tempo hanno messo un’ipoteca sul versante centrista del sistema politico, non hanno dimostrato grande appeal tra gli elettori, pesando probabilmente l’incapacità di saper coniugare e bilanciare istanze sociali, che stanno crescendo in maniera esponenziale, e tutela di nuovi diritti.

Per non parlare poi del rischio concreto che il facile gioco della competizione, che sta interessando molti di questi leader che si affollano al centro, non giova a contenere l’effetto di un leaderismo,sempre più strabordante, con l’effetto di far divenire marginale la specificità dei contenuti e delle proposte per noi significative.

C’è invece bisogno di una virtuosa sinergia tra Stato e Mercato, che, senza tradursi in pernicioso ed invadente statalismo, espunga dal circuito economico produttivo tutte le condizionalità della finanza speculativa e ridia equilibrio alla libera iniziativa, coniugata dentro una idea di solidarismo perequativo, unico strumento per appianare i forti divari tra territori e riportare fuori dal trend dell'impoverimento quei ceti sociali, colpiti pesantemente da anni di politiche inadeguate, oltre che da una contingenza pandemica, e ora anche da una brutale e minacciosa guerra alle porte del nostro Continente.

Una visione più allargata sul nostro Continente non ci può far sottovalutare quanto è avvenuto predittivamente in Francia, dove il modello centrista, espresso in tutta la sua estensione dal contenitore macroniano, è andato in panne per incapacità di dare le giuste risposte ad una società fortemente in crisi e con sacche di emarginazione e di povertà aumentate in modo esponenziale.

A tal proposito assai suggestivo appare l’eloquente commento di Cristian Coriolano su Il domani d’Italia del 22 giugno:

“Al di là e al di qua delle Alpi, un’opinione critica ricava dal voto francese la conferma circa l’inabilità del centrismo a soddisfare la sua premessa fondamentale, evocativa di una istanza di mitigazione che introduce all’arte del compromesso. Il centro esce sconfitto – si dice – e con esso il riformismo, avendo la democrazia bisogno evidentemente, specie in questa fase di massima turbolenza internazionale, di una dose apprezzabile di radicalità. Inseguire l’elettorato ragionevole comporta la rinuncia, in definitiva, a comprendere e rappresentare le istanze popolari più vive, non sempre coincidenti con la vera e presunta ragionevolezza.”.

C’è un elemento positivo, intanto, in questo nostro percorso che si sta incardinando, nei territori, seppur ancora in modo assai intermittente.

L'apprezzabile risultato riportato, soprattutto a Palermo ci incoraggia a continuare la sfida che stiamo affrontando nelle competizioni locali, mentre guardiamo con una certa fiducia alle più impegnative elezioni regionali e nazionali del prossimo anno, sempre che la legislatura non si interrompa prima.

In questo contesto non mi pare però si sia affrontato in tutta la sua valenza il singolare effetto che, da una parte pone l’esposizione mediatica di Cuffaro, e, dall’altra, l’effetto nocivo dell’ostilità preconcetta o strumentale che schiere di giornali e trasmissioni tv stanno facendo emergere prepotentemente.

Mentre non entro nel merito degli attacchi ingiustificati a Cuffaro da parte di certa stampa, frutto di una palese strumentalità mediatica e politica che non è certamente il miglior esercizio del rispetto di una persona e del suo vissuto.

C’è una falsa percezione, generata anche da qualche dichiarazione inappropriata o forse mal contestualizzata, di una DC di Cuffaro. 

Non diversamente appaiono annoverarsi, agli occhi di chi ascolta, dichiarazioni e interviste sui media, che sembrano accreditare una delega in bianco nel peculiare svolgimento del compito commissariale affidato a Cuffaro.

Così che la postura progettuale, probabilmente favorita dalle naturali insidie mediatiche di certa stampa, che si ricava da alcune performance, fa inequivocabilmente emergere un dirigente a tutto campo, che non trova limite nei confini di quella Regione, assumendo spesso i termini di una visione nazionale.

Con la deformante impressione di un’idea travisata della nostra realtà interna.

Fino a spingere non poche testate a presentare il nostro partito come la Nuova DC di Cuffaro.

Espressione che ci rende tutta la capacità di travisamento che certa stampa riesce a fare.

E quegli attacchi strumentali, al vissuto politico ed umano di Cuffaro, servono, ancora più speciosamente, per attaccare il partito.

Mentre la dirigenza nazionale viene totalmente ignorata dai media.

C'è poi un altro aspetto che la realtà siciliana pone, ossia la pervicace incoerenza con le linee guida che sottendono il nostro progetto politico nazionale.

Ed è una antinomia, non da poco, con i principi e i valori che ci connotano, per la commistione identitaria che crea l’andare a braccio stretto con le forze di destra, finendo per assurfarci alla vocazione populista e sovranista di Lega e FdI, perché è alla fine la stessa natura delle coalizioni a imporre oggettivamente la condivisione di obiettivi culturali e programmatici che non ci appartengono, anche se in sede locale il problema ha rilevanza minore.

E pur non volendo ignorare che questa scelta, è sembrata quasi obbligata: in alternativa vi sarebbe stato un andar da soli o la coalizione avversa, espressione ancora più incontrovertibile del trasformismo politico, certo non ci renderà facile conquistare agevolmente credibilità - anche con riferimento alla prossima tornata elettorale di ottobre ove sembra accreditarsi, ancora una volta, una coalizione con esponenti di forze di destra - declamare ai quattro venti di essere forza di centro, distinta e distante da polpulisti, sovranisti e trasformisti e poi andare insieme a governare un territorio. 

Mentre per converso sempre più sembra accreditarsi in alcuni esponenti della dirigenza nazionale una visione, miope e prettamente regionalista del partito.

Così rischiamo di costruire un partito sul modello delle tante leghe che da nord a sud abbiamo conosciuto nel corso delle tante legislature.Anzi rischiamo, già adesso, una balcanizzazione che va in controcorrente con l’idea originaria, se non ben compresa, del brocardo: “Autonomisti perché unitari e Unitari perché autonomisti”.

Auspico che i positivi risultati riscontrati dal partito, soprattutto a Palermo, non facciano perdere di vista le specificità dei nostri valori, che poco hanno a che dividere con le identità programmatiche degli altri partiti di quella coalizione di centrodestra.

Non posso infine sottacere del particolare impegno che la sezione di Roma sta portando avanti assieme a Civiltà dell’Amore, e tante altre organizzazioni e movimenti, nel propiziare l’articolata proposta di Disarmo nucleare e la sua conversione in energia civile che abbiamo portato alla conoscenza diretta dell’Ue con il Convegno organizzato di recente a Bruxelles.

Mentre continuiamo a propiziare ogni iniziativa che si interpone, in questo orrendo conflitto in Ucraina, per il cessate il fuoco, a cominciare dall’esercito russo, che ha invaso i territori ucraini, e l’apertura di un serio e globale tavolo di Pace che metta in conto tutte le istanze dei paesi belligeranti e trovi, in un quadro di reciproca sicurezza e rispetto dei confini, un assetto geopolitico che sia fattore permanente di convivenza tra i popoli.

Sono comunque grato a tutti gli amici del partito.

Senza quel contributo di idee, anche se alcune, talvolta, non trovano la mia condivisione, non si produrrebbe quella necessaria riflessione, ineludibile, in confronto alla sfida che, coraggiosamente, stiamo affrontando.

 

Luigi Rapisarda