Il Trattato di Versailles, dopo la 1^ Guerra mondiale, creò dalla dissoluzione dell’Impero austroungarico uno Stato nuovo, la Cecoslovacchia. Uno Stato multinazionale formato da Cechi, Moravi, Ruteni, Slovacchi, Boemi, Ungheresi e Tedeschi. Una contraddizione rispetto al principio delle nazionalità voluto dal Presidente americano Wilson.

I Sudeti erano una regione della Cecoslovacchia con una forte presenza di tedescofoni. Hitler, nella sua concezione, era convinto che tutti i tedesco-parlanti dovessero essere riuniti alla “sua” Germania, alimentando un irredentismo locale che trovò la sua guida nella formazione di un partito filo nazista nei Sudeti, guidato da Henlein.

La pressione tedesca fu tale che la Wehrmacht si dispose lungo la frontiera cecoslovacca, minacciando un’invasione che avrebbe potuto portare ad una guerra più ampia, perché la Francia si era fatta garante dell’integrità territoriale cecoslovacca. Nessuno, però, voleva un’altra guerra dopo vent’anni che era finita quella mondiale.

 A Monaco ci fu un incontro tra i “Grandi” dell’epoca: Francia, Germania, Italia e Germania per allontanare lo spettro di un confitto. Si decise di dare ragione alla Germania. Mussolini fu il formale tessitore dell’accordo e considerato il “salvatore della pace”.  Francesi (Daladier) e Inglesi (Chamberlain) tornarono a casa soddisfatti per aver evitato una guerra. Hitler si prese i Sudeti che incorporò nella “sua” Germania.

Il Presidente della Repubblica cecoslovacca, Beneš, non fu neppure invitato. Rimase fuori dalla porta, dovette ingoiare le decisioni dei “Grandi” e si dimise: “Non abbiamo avuto altra scelta perché siamo stati abbandonati” ma, in sede privata, dichiarò con maggior durezza: “Siamo stati vilmente traditi”.

Dopo Monaco la Cecoslovacchia si dissolse rapidamente: la Slovacchia si proclamò indipendente, Boemia e Moravia divennero un Protettorato tedesco, Polonia e Ungheria si appropriarono di alcuni territori a maggioranza polacca e ungherese.

Questa lunga premessa serve a fare un confronto con la questione dell’Ucraina, oggi, la decisione di Trump d’incontrare Putin a Riad e di non invitare l’Ucraina a negoziati che interessano la sua stessa esistenza.

La storia non si ripete e, evidentemente, non insegna nulla.

Certamente sono situazioni diverse. A Monaco Hitler, dopo aver ingoiato l’Austria, minacciava d’invadere la Cecoslovacchia.

In Ucraina c’è una guerra in corso, da tre anni, in fondo per lo stesso motivo di Hitler. Putin con vari pretesti, vuole incorporare i russo-parlanti del Donetz. Apparentemente è un idealista, come Hitler. In realtà, vorrebbe restaurare l’impero sovietico come Hitler intendeva restaurare quello tedesco. L’Ucraina, come la Cecoslovacchia, rischia di essere abbandonata al suo destino nell’impotenza totale dell’Europa. Come allora.

Monaco non fu l’inizio della pace, allontanò solo di un anno la guerra. 

Le paci non sono né giuste né ingiuste. Convengono solo ai vincitori. Sono utili per affinare le armi e per altre avventure.

Ogni conflitto ha mille giustificazioni morali possibili dall’una e dall’altra parte. Non vince chi ha ragione, ma chi è più forte. Le considerazioni morali, umanitarie, pacifiste sono soltanto delle mascherature.

La denigrazione dell’avversario o dello sconfitto è un classico del più forte. È anch’essa una pseudo giustificazione morale. A questo punto, Zelenski è da buttare nella spazzatura, assieme ai suoi amici europei. Vae victis.

Però, intendiamoci, la partita è tutta da giocare. Qual è l’interesse degli Stati Uniti a soddisfare le pretese di Putin? La pace? Non mi sembra che Trump indossi le vesti dell’angelo salvatore.

Qual è il prezzo dello scambio, se ci sarà?

Trump vuole essere libero di trattare con la Cina, il suo vero competitor. La questione ucraina, in un’Europa addormentata, non gli interessa più di tanto. Vuol mettere a tacere la Russia, dandole una soddisfazione formale. La considera una potenza minore, dato lo scadimento della sua forza militare, che non è riuscita in tre anni a battere Kiev, il dissanguamento della sua potenza economica e la progressiva dipendenza dal compagno cinese.

Lo scontro, se mai ci sarà, sarà con la Cina, a partire da Taiwan (ragioni morali?), ma soprattutto per ragioni commerciali (quelle vere) e per il dominio sul Pacifico.

Ragionare in termini d’interessi aiuta capire il soqquadro nel quale si trova la situazione mondiale.

Il ritorno sulla scena degli Stati Uniti come superpotenza mondiale rimette in discussione cinquant’anni di multilateralismo, di globalizzazione e di diritto internazionale. Ciò spiega lo sconcerto delle diplomazie internazionale. Il vecchio ordine è stato travolto. Contro la forza bruta non c’è argomento che tenga. Ma quale sarà il nuovo?

Ricordo che Stalin, a chi lo avvertiva che certe prese di posizione potevano mettergli contro il Vaticano, chiese: “Quante divisioni ha il Papa?”

Stelio Venceslai