IL POPOLO

Cultura

Edito da Rubbettino questo tributo a Misasi curato da Pino Nisticò, mi auguro avvii una serie di studi e approfondimenti su coloro che nei diversi territori regionali e in sede nazionale sono stati i rappresentanti più autorevoli dei loro elettori e del nostro partito. Da parte mia, con l’amico Mario Tassone e alcuni autorevoli professori di storia dell’università di Padova abbiamo promosso il comitato 10 Dicembre 2021 che, tra i suoi obiettivi, ha proprio quello di approfondire lo studio delle figure più autorevoli della DC veneta. Un obiettivo che la DC dovrebbe far proprio in tutte le nostre realtà locali, anche per superare la damnatio memoriae con cui una pubblicistica radicale, laicista e anti DC, ha sin qui relegato la nostra storia politica e amministrativa.
Umberto Eco nella prefazione dice di aver unito in questo libro quattro saggi (pubblicati in epoche e in sedi diverse -.tra il 1986 e il 1991) perché hanno in comune l’analisi di fatti e discorsi che riguardano: “strategie di menzogna, travestimento, abusi del linguaggio, capovolgimento ironico di questi abusi”. Recensire un’opera – sia pure tra le minori – di uno scrittore come Umberto Eco, uomo dall’erudizione sterminata, principe dei critici letterari, autore di romanzi tradotti in tutto il pianeta, membro delle più prestigiose istituzioni accademiche internazionali è un’impresa da far “tremare le vene e i polsi” anche a ad un critico professionista di lungo corso.Umberto Eco è un autore che non ha paura di far soffrire i suoi lettori nel farli sentire “ignoranti”, o per meglio dire, “incolti”. Chi vuol leggere Eco deve armarsi di fonti enciclopediche e di grande pazienza.
In questi ultimi giorni, dopo l’invasione dell’Ucraina da parte dei russi, Treblinka, richiamando alla memoria la Madonna Sistina di Raffaello e le sofferenze delle madri ucraine, è tornata di grande attualità per le riflessioni che ha stimolato. Il capolavoro di Raffaello ha avuto una vita travagliata. Dipinto per la Chiesa del Convento di San Sisto a Piacenza (da qui deriva il nome di “Madonna Sistina”), fu poi venduto a metà del 700 a Federico II di Sassonia che collocò il quadro nella famosa Galleria di Dresda. I Russi hanno avuto e continuano ad avere un grande amore per l’opera di Raffaello. Per tutti basta ricordare Dostoewskij. Così scrive la moglie Anna Grigor’evna nei suoi “Ricordi”: “Mio marito mi conduceva direttamente davanti alla Madonna Sistina. Considerava questo dipinto il massimo capolavoro creato dal genio umano”.
Jasmin Diglio e Roberto Tassan, esperti di psicologia e psicoterapia, presentano lo scopo della loro ricerca sulla “nequitia” ossia sulla “cattiveria” o “malvagità umana”. Essi si addentrano nella selva oscura costituta dal problema del “male”. Un problema attorno al quale da millenni si sono tormentate le menti di uomini esperti e non esperti nei campi più svariati del pensiero: dalla religione, alla filosofia, alla letteratura, alle scienze sperimentali. Il discorso degli Autori prende il via dalla celebre tesi di Socrate: “La cattiveria non esiste, esiste solo l’ignoranza intorno al bene”. Il filosofo, come è noto, dava dimostrazione della tesi con questo ragionamento: “Ogni uomo cerca e vuole il massimo di bene per la propria vita. Se un uomo conosce in che cosa consiste il bene non può non agire in modo da ottenerlo. Quindi il vero problema è conoscere il bene. Chi conosce il bene non farà mai il male.”
Il concetto e la nozione di che cosa intendiamo con la parola diritto, appare già presente nella mente di ogni essere umano. Le prime forme di quel tipo di organizzazione sociale a cui diamo oggi il nome di “Stato” si riferiscono appunto al realizzarsi di forme organizzative stabili nel tempo. La forma organizzativa stabile, attualmente diffusa oggi in moltissimi paesi, la chiamiamo Stato di Diritto: in essa il concetto di diritto e il concetto di Stato sono complementari: ognuno dei due è fondamento dell’altro.
Circa sessant’anni fa un gruppo di ragazzi miei coetanei, dopo lunghe e accalorate discussioni sul problema del fondamento della morale, mi affidarono il compito esporre le conclusioni che erano risultate più convincenti per “quasi” tutti. Come si diceva la tesi su esposta, in quanto fondata sulla logica matematica, è apparsa certa e indubitabile a “quasi” tutti i ragazzi di cui sopra. Ma il fatto che non tutti ne fossero convinti impone che la tesi stessa rimanga aperta alla più ampia discussione.
Come mai il tema della guerra ha un fascino così alto nelle menti degli scrittori e degli esseri umani in genere tanto da trovare sempre nelle opere letterarie un posto preferenziale rispetto al tema del lavoro? L’interrogativo ci viene riproposto dall’esame dell’opera più famosa dei poeti latini, Publio Virgilio Marone (70-19 a.C.), noto, proprio per la sua enorme fama, col solo nome di Virgilio. A questo punto dovremmo iniziare un discorso molto lungo sulla “natura” degli esseri umani i quali mostrano di sentire per la letteratura che ha come tema la guerra, un’attrazione molto più forte che per la letteratura che ha per tema il lavoro. O in altre parole provano un’attrazione più forte per una convivenza nella quale prevalgono l’odio, la discordia, la guerra, la morte che non per una convivenza fondata sul rispetto, sulla concordia, sul lavoro, sulla vita.
Nous n'irons pas au but un à un, mais par deux
Nous connaissant par deux nous nous connaîtrons tous
Nous nous aimerons tous et nos enfants riront
De la légende noire où pleure un solitaire.
Paul Eluard Le temps déborde (1946)
Rudyard Kipling (1865-1936) ha scritto, tra molte opere famosissime, una raccolta di brevi componimenti intitolata “Epitaffi di guerra”. Lo scrittore immagina di trovarsi, durante la Prima guerra mondiale, in un cimitero di guerra di soldati inglesi e di leggere l'epitaffio, scritto sulle singole lapidi, che riferisce il motivo della morte di ciascun caduto. Nel testo qui in esame egli legge quello posto sopra una tomba di un gruppo di caduti sepolti insieme.
Questa poesia veniva imparata a memoria durante la scuola elementare e media negli anni ’50 e ’60 del secolo scorso. Il suo contenuto è facilmente comprensibile. L’impulso ad aggredirsi e a uccidersi è nel cuore degli uomini, anche fratelli, fin dalla prima infanzia. Ma nel cuore degli uomini c’è anche l’impulso ad abbracciarsi e a proteggersi reciprocamente dalla morte che aspetta tutti alla fine della vita. Troppo facile dire, con Giovanni Pascoli, che il primo impulso va represso e il secondo va coltivato?