IL POPOLO

Editoriali

Il progetto di matrice democratica cristiana sta prendendo forma in Italia anche in vista delle prossime elezioni amministrative d’autunno. Esso nasce dalla passione, dalle idee e dagli antichi valori che furono di Alcide De Gasperi e Luigi Sturzo e che, incarnarti nell’ora-e-qui sono una prospettiva che rende libero l’Uomo nel contesto politico odierno sempre più debole e che rende gli Italiani sempre più confusi.
Provo un sentimento di gioia quando immagino il Paese che la Democrazia Cristiana, come Partito, vuol creare sulla base di grandi valori umani quali rispetto, solidarietà, meritocrazia. A parer mio essere democratici cristiani significa portare speranza nel Paese. Cercando di intraprendere un percorso garante di un futuro migliore e che dia solidità economica a tutte le sfere sociali; attraverso l’attuazione di programmi interclassisti che guardino maggiormente alle classi più deboli, ma non solo. L’interclassismo per noi deve essere una cultura, un dogma, oltre che una dottrina politica.
La destra, più o meno vicina ai vecchi retaggi del Novecento, incardina ancora la sua visione del mondo e in parte la sua fortuna elettorale nel motto “legge e ordine”. Viviamo in un momento storico eccezionale, ma questa circostanza emergenziale non fa che aumentare il paradosso di un sempre più vasto elettorato di destra, giovane e vecchio, largamente insofferente alle regole.
C'è qualcosa che non torna nel modo di procedere delle forze politiche ... Mostrando, qualora ce ne fosse ancora bisogno uno scenario politico, difficilmente disposto a dismettere vecchie abitudini a detrimento dell auspicato “rinascimento” generale del paese. Dinamiche politiche, sempre più con il fiato corto, magari capaci di veicolare improvvisi entusiasmi, sempre più facilmente seguiti, poi, da immediate delusioni nell’opinione pubblica ... Insomma, ancora una volta, il trionfo di un costume politico ambivalente che fa e disfa, fragili tessiture da una settimana all’altra, con tutta la confusione e il disorientamento che ne riesce a generare.
Se i nostri Padri costituenti hanno posto al primo articolo della Costituzione, ossia la Carta fondamentale dei principi e dei valori che regolano la nostra società, il lavoro a fulcro e fondamento della stessa, una sublime ragione vi doveva pur essere. Si! Essi avevano compreso che solo con la centralità del lavoro e la cura che del raggiungimento di quest’obiettivo ne devono avere le Istituzioni se ne poteva garantire ed assicurare il rispetto della “dignità umana” ed il “pieno sviluppo della persona” e conseguentemente un autentico progresso per l’intera comunità umana.
Dal 1890, il primo maggio è stato celebrato come simbolo di lotta e solidarietà con le sofferenze e le richieste della classe operaia. Questo giorno fu scelto in ricordo degli eventi di Chicago del 1886, quando fu indetto uno sciopero - iniziato proprio il 1 ° maggio - che si concluse in rivolta pochi giorni dopo. Il raggiungimento della giornata lavorativa di 8 ore è stato il risultato più notevole di quell'azione, sebbene il prezzo in vite umane fosse stato molto alto. Di conseguenza, in breve tempo, il tessuto sociale del momento è stato ristrutturato. Molto più tardi, nel 1955, Papa Pio XII battezzò questo giorno ponendolo sotto l'invocazione di San Giuseppe Lavoratore.
Erdogan ha dato del maleducato ed impertinente al nostro Presidente del Consiglio. Mario Draghi non ha certamente bisogno di consigli, né tantomeno vogliamo dargliene. La visita a Tripoli con la collegata polemica sul ruolo della guardia costiera libica e l’incidente diplomatico scaturito dall’appellativo di dittatore al Presidente Erdogan, ci inducono tuttavia ad una piccola riflessione a voce alta. La questione è lampante: Draghi non ha minimamente risposto alle sollecitazioni giuntegli per sconfessare o ammorbidire il suo giudizio sul presidente turco.
Quando nel panorama dell’informazione, si affaccia una nuova testata giornalistica c'è sempre da plaudire per l'arricchimento che porta nella miglior conoscenza di fatti eventi e questioni. Se poi la testata è politica e segna la rimessa in cammino del giornale che fu l’organo di partito della Democrazia Cristiana, allora la sfida che ci si accinge ad intraprendere e l’impegno ad un servizio che si traduca per il paese in contributo fattivo ad una ridefinizione armoniosa dei diversi ambiti della società, diviene ancora più impegnativa.
Dotati di capacità di meditazione e d’attesa, era improbabile che i leader politici del passato cedessero alla vanagloria o che, in preda all’emotività, ponessero la suggestione al posto dell’intelligenza; essi sapevano che la politica è anche l’arte di osservare e dunque di ragionare su quanto osservato.
Era il 19 agosto 1954 quando, nelle prime ore dell’alba, moriva nella sua casa di Sella in Valsugana Alcide De Gasperi. La visione politica di De Gasperi è stata tutta radicata su un principio fondamentale che è la fede; la fede religiosa e la fede nella democrazia. Questo credo ha attraversato tutta la vicenda dello Statista trentino nella sfera personale come in quella pubblica ed è stata talmente forte da non vacillare nemmeno nei momenti più critici. La fermezza con cui De Gasperi è rimasto fedele al compito, che egli ritenne essenziale, di guidare, dopo l’esperienza dei totalitarismi, l’evoluzione democratica del Paese, è testimoniata dalla costante consapevolezza di non doversi piegare a nessun tipo di pressioni.