IL POPOLO

Editoriali

Voglio bene all’America, da tanto tempo, da quando, piccoletto, scoprii il pane bianco, la carne in scatola, le facce allegre, rosate o nere, dei suoi giovani soldati, quel loro buffo modo di esprimersi in italiano. Mi piacevano le loro riviste, il Reader Digest (ne ho ancora una cinquantina di numeri), i corpi perfetti delle loro pin-up, appiccicati sui parabrezza delle jeep, i primi film in technicolor, la loro musica. Che meraviglia! Erano giovani, allegri, scanzonati e vincitori. Ben diversi dalle facce severe dei Tedeschi che avevo conosciuto o, peggio ancora, del nostro grigioverde da poveretti, con le fasce alle gambe e le suole di cartone.
di Luigi Rapisarda
La palese rottura di ogni galateo istituzionale ad opera del presidente Trump, esibita ieri, nello studio ovale della Casa Bianca, nei riguardi del capo di Stato, Zelensky, ritenete che consenta ancora di trovare ragioni ( se ce ne sono),nell’inedito percorso della nuova Dc - che non pare abbia abbandonato la pretesa continuità con il pensiero Cristiano,umanitario e solidarista di Sturzo e De Gasperi - per rivendicare una qualche compatibilità con la scelta, irreversibile, di collocarsi stabilmente nell’alveo di questa coalizione guidata da Giorgia Meloni, dominata da una aperta linea filotrumpiana ed antieuropea?
La storia non si ripete e, evidentemente, non insegna nulla. In Ucraina c’è una guerra in corso, da tre anni, in fondo per lo stesso motivo di Hitler. Putin con vari pretesti, vuole incorporare i russo-parlanti del Donetz. Apparentemente è un idealista, come Hitler. In realtà, vorrebbe restaurare l’impero sovietico come Hitler intendeva restaurare quello tedesco. L’Ucraina, come la Cecoslovacchia, rischia di essere abbandonata al suo destino nell’impotenza totale dell’Europa. Le paci non sono né giuste né ingiuste. Convengono solo ai vincitori. Sono utili per affinare le armi e per altre avventure. Ogni conflitto ha mille giustificazioni morali possibili dall’una e dall’altra parte. Non vince chi ha ragione, ma chi è più forte. Le considerazioni morali, umanitarie, pacifiste sono soltanto delle mascherature.
Due scenari si sono imposti in questi due giorni di vita politica, nel quadrante europeo e nazionale. Il primo, sovranazionale. Con Mario Draghi, che con risolutezza, parlando al parlamento europeo, dopo il suo recente articolo sul Financial Times, delinea, senza mezzi termini, per superare lo stato di vulnerabilità economica dell’Europa.L’altro scenario interno ha avuto come protagonista Marina Berlusconi che, due giorni fa,trasponendo nello scenario politico interno quel tipico coraggio che è linfa quotidiana per chi, aduso ogni giorno a scelte economiche e commerciali da cui dipende la vita ed il futuro di un’azienda, ha lanciato un chiaro messaggio volto a scuotere il torpore e soprattutto l’inconcludenza ...
Nel nuovo corso della politica americana, il Presidente Trump ha trovato nuovi amici. Pappa e ciccia con Putin, con un occhio alle nuove conquiste e vestito da benefattore della pace, si sente padrone del mondo. E lo è. un ammasso di Stati mollicci buonisti, democratici e pacifisti, perennemente in rissa fra loro. Vuoi mettere gli Stati Uniti? La Cina è lontana, la Russia è una potenza regionale di media grandezza che in tre anni non è riuscita a battere l’Ucraina, l’Europa è un ammasso di Stati mollicci buonisti, democratici e pacifisti, perennemente in rissa fra loro. Vuoi mettere gli Stati Uniti? Si comincia ad aprire gli occhi. Il “sogno” americano è finito.
I sondaggi continuano a dare l’astensionismo in crescita. Dai periodici sondaggi che ci vengono rivelati dalle agenzie di rilevazione degli orientamenti politici, appare sempre più consolidata la deriva astensionista attorno al nostro sistema dei partiti. E la tendenza appare sempre più in crescita, chiaro segno di manifesta ripulsa dell’attuale sistema politico e dell’accanimento consumato dalle rappresentanze politiche, di ogni colore, nel ricorrere a leggi elettorali che tarpano ogni potere di scelta dei rappresentanti, ben saldo invece nelle mani dei partiti che predispongono le liste secondo il gradimento dei loro leader.
Il Governo sta attraversando un momento di oggettiva difficoltà. Certi nodi irrisolti arrivano al pettine e l’opposizione, ovviamente, per quanto inefficace, ne approfitta. Ha il gioco facile e fa il suo mestiere, giustamente. Chi, invece, non fa bene il suo, è il governo. Tra promesse elettorali non mantenute e successi in politica estera, restano due vuoti: la situazione economica interna, che non è delle più brillanti, e la qualità dei collaboratori della Meloni. Paradossalmente, la situazione economica è la meno grave, perché dipende da molti fattori esterni e da ultimo dalle tariffe doganali che sua maestà Trump vorrebbe applicare all’Europa. Altra considerazione è che le risorse sono scarse, la coperta è troppo corta e chi ne soffre sono le estremità, e cioè i disagiati che sono troppi.
Dopo il discorso del presidente Trump in occasione del suo giuramento a Capitol Hill, sono molte le interpretazioni che si stanno svolgendo dentro e fuori gli Stati Uniti d’America. Non c’è dubbio che ci troviamo di fronte a una profonda modifica della tradizionale visione della democrazia americana, dopo un discorso che intende segnare una svolta radicale sul piano istituzionale e economico sociale degli USA.
Il mio punto di vista, analizzando le posizioni – destra, centro, sinistra – di cui si parla, parte dalla la cultura liberale, con la quale si è fondata l’Italia unita, che nell’epoca attuale è stata superata e compressa da trent’anni di “globalizzazione senza regole”, che ha promosso l’accumulazione finanziaria nelle mani di un numero sempre minore di finanzieri, che governano attualmente il settore tecnologico, il settore della produzione delle armi, quello della ricerca sanitaria e in parte quello “alimentare alternativo”, inchiodando a tali scelte grandissima parte dell’umanità.
Il 18 gennaio del 1919 con l’Appello ai Liberi e Forti di don Luigi Sturzo nasceva il Partito popolare. Una data importante per il nostro Paese. La ricostruzione morale e materiale perseguita da Sturzo era una visione alta di giustizia e convivenza civile che trovava ragioni nella dottrina sociale della Chiesa. Un orizzonte ideale in cui la persona recuperava la sua centralità. Era un mondo frantumato dalle convulsioni del dopo guerra. La retorica della Vittoria e i festeggiamenti, distrazioni rispetto alla gravità dei problemi, venivano con l’Appello sturziano superati per affrontare i gravi problemi del Paese.