IL POPOLO

Politica

Riceviamo da Ettore Bonalberti e, volentieri, pubblichiamo. Leggendo l’ultima bella nota di Giorgio Merlo, in Il Domani d’Italia, sulla sinistra sociale e politica della DC e sul ruolo svolto, soprattutto da quest’ultima, in tema di autonomia della politica da sottrarre al rigido condizionamento di tipo clericale proveniente dalla Chiesa pacelliana degli anni ’50 e per quasi tutti i ’60, ho compreso la necessità esistente nel nostro tempo di riprendere il confronto tra i cattolici, tenendo presente il grado di divisione e di smarrimento esistente nella stessa Chiesa.
La ranocchia aveva una “visione del mondo”, il suo mondo, ma era ovviamente circoscritta a quel piccolo pozzo. Se fosse prevalsa la visione della kupamandika, senza i necessari scambi interculturali, avremmo avuto una diversa e assai più limitata storia scientifica, economica e culturale dell’umanità. Temo che questa visione, tutta incentrata su ciò che rimasto della DC che pensammo di ricomporre politicamente nel 2012 e che si è andata, invece, progressivamente, decomponendo, sia il vero limite della prospettiva politica.
Ho preso le distanze dagli amici della DC guidata da Renato Grassi, dopo aver verificato che dal caso siciliano gestito da Totò Cuffaro dell’alleanza con la destra, era evidente il rischio di uno sbandamento a destra del partito anche a livello nazionale, in contrasto non solo con quanto avevamo indicato prima del voto, ma con tutta la nostra storia di democratici cristiani e popolari. Il Terzo Polo ha costituito elemento di interesse per alcuni di noi, anche se la piega laicista e anti democristiana di Calenda, ha impedito a Renzi di sviluppare un progetto che poteva e potrebbe ancora avere buoni sviluppi, a condizione che la componente di matrice popolare assuma una seria e condivisa rappresentazione.
Corre notizia che si terrà domani 11 ottobre, un Ufficio politico del partito. Da una parte non c’è che da essere lieti nell’intravedere finalmente una prima occasione per la dirigenza nazionale di proporci un’analisi della situazione politica del paese, dopo le elezioni di fine settembre e le lacerazioni che hanno attraversato tutto il corpo del partito, per scelte, da taluni ritenute opinabili, e da altri antitetiche, che, pur nella proiezione nazionale, hanno avuto come teatro le complesse dinamiche siciliane.
Il dibattito sulla posizione politica e di indirizzo del partito della Democrazia Cristiana si sta accalorando. Le posizioni sembrano distanti, creando non poco disagio tra coloro che vorrebbero situarsi in un centrodestra e coloro che, al contrario, opterebbero per una posizione di centro senza nascondere una simpatia per un centrosinistra. Una DC di centro non geometrico è una DC “rosa dei venti”: ossia un punto di intersezione dove le politiche di «destra» e di «sinistra» sono obbligate a passare per mantenere il Paese nel suo assetto democratico inscritto nella Costituzione.
Dopo il voto settembrino è nata una maggioranza articolata e scomposta, insieme a tre opposizioni: quella più numerosa del PD che, con il Ccongresso avviato, è alla ricerca della sua identità; una di tipo populista, guidata da Conte col M5S e una di tipo liberal democratica riformista rappresentata dal terzo polo di Calenda e Renzi. Noi DC sopravvissuti alla lunga stagione della diaspora (1992-2022) viviamo una fase particolarmente difficile, nella quale emergono due posizioni ben distinte: quella di coloro che hanno condiviso la scelta di Totò Cuffaro in Sicilia, e quella di coloro che ono rimasti coerenti con la scelta per un centro politico nuovo democratico, popolare, liberale, alternativo alla destra nazionalista e populista e distinto e distante dalla sinistra senza identità.
Non appartengo alla schiera di coloro che attribuiscono all’on. Meloni il rischio di ritorni impossibili al fascismo, ma sono seriamente preoccupato per quanto prima e durante il passaggio elettorale, Fratelli d’Italia ha dichiarato sul piano delle scelte europee e sulla politica economica e finanziaria del Paese. Attendiamo il nuovo governo della destra all’impegno di guida del Paese e formuleremo i nostri giudizi su atti e fatti concreti. Dobbiamo ritrovarci a condividere un programma dei DC e Popolari per l’Italia con il quale intendiamo inverare nella “città dell’uomo” le indicazioni della dottrina sociale della Chiesa, come scrive l’amico Gubert, nella loro “ integralità”. Il Consiglio Nazionale e gli eletti all’ultimo Congresso del partito, alla luce del voto del 25 settembre, decideranno come procedere.
Il nostro ruolo in una fase delicatissima della vita politica italiana. Da alcuni amici da sempre vicini alle nostre posizioni, emerge una sfiducia generalizzata sulle conseguenze delle nostre insufficienze e responsabilità culminate nel rifiuto di Carlo Calenda, ertosi a rappresentante del nuovo azionismo italico, al riconoscimento del nostro simbolo e di nostre candidature nelle liste del terzo polo. Un rifiuto che, seppur ci lascia piena libertà di voto, non per questo deve farci deflettere dalla decisione assunta unanimemente nella direzione nazionale del 9 agosto scorso, per un voto al centro, alternativo alla destra nazionalista e populista e distinto e distante dalla sinistra senza identità. (Si veda il Comunicato Stampa della Direzione DC).
Mai come in questo momento sarebbe utile e opportuno che anche dal mondo cattolico giungessero segnali forti a sostegno dell’alleanza elettorale euro atlantica e dell’agenda Draghi. Tutto questo sarebbe facilitato, ovviamente, dal sistema elettorale proporzionale con la presentazione autonoma della lista del centro come da noi condivisa. Col sistema maggioritario del rosatellum, però, vince chi elegge più parlamentari; la ragione per la quale è inevitabile la formazione dei due poli di destra e di sinistra.
Era prevedibile che lo sconquasso aperto da Conte, Salvini e Berlusconi con la sfiducia al governo Draghi, avviasse una campagna elettorale che sta assumendo i toni di quella storica del 1948. Carlo Nordio, il magistrato veneto che era ipotizzato come ministro del futuro governo di destra, ospite della war room di Enrico Cisnetto, ha detto testualmente: "Non abbiamo prove - premette Nordio - ma le coincidenze sono diventate indizi gravi, precisi e concordanti".