IL POPOLO

Società

Coniò l'espressione di cattolici adulti – ha detto Corrado Ocone - per giustificare posizioni politiche non in linea con la dottrina della Chiesa di Roma. Ad ogni modo, dopo i fischi ricevuti al Motor show – siamo verso la fine del 2006 –, Romano Prodi tornò nella sua casa culturale celebrando il fondatore di quella “scuola di Bologna” di cui era l’ultimo erede in politica: don Giuseppe Dossetti, ricordato in un convegno a dieci anni dalla morte.
Non passa giorno senza che i mezzi della comunicazione non rilancino episodi di violenza o di derisione esercitati da uno o più persone in danno di un’altra. E più spesso di quanto non appaia ciò è fatto in modo tanto distruttivo della sua, da indurla ad azioni autolesioniste anche gravi, non riuscendo a intravedere altre vie di salvezza. È il bullismo. Leonardo, solo 15 anni, ha messo fine alla sua breve vita con un colpo di pistola dentro un casolare di campagna nei pressi di Montignano, nel comune di Senigallia, in provincia di Ancona. Un gesto estremo, disperato e senza ritorno.
Dopo tante biografie dedicate a eminenti personaggi fascisti (appunto Balbo, Ciano, Bottai...), il saggista e storico Giordano Bruno Guerri ci riprova ora nientemeno che con “Benito. Storia di un italiano”, in uscita per Rizzoli. Piero Jones non nutre molte speranze in proposito: “Che cosa avrà mai da dire di nuovo?”. “Il solito riassunto di De Felice in salsa politicamente corretta – questo si aspetta Jones - con venature di ossequio all’antifascismo accademico”. “Non credo aggiunga nulla – concorda Fabiano Gaita - a quanto già detto e scritto su Sua Eccellenza”. Paolo Pacetti lo leggerà sicuramente, “ma più come un romanzo che come Storia”. Anche Rita Lasagni si fida di Giordano Bruno Guerri, mentre Maurizio Panella un poco esagera: “Di Guerri bisognerebbe leggere tutto”.
Una cartolina da Londra. Edita da Kardorama, riproduce il Parlamento e il Big Ben in una visione notturna, non senza una ricca didascalia, e reca “un affettuoso saluto” (vengono in mente i “Saluti notturni dal Passo della Cisa” di Piero Chiara). La trovo in un libro della biblioteca del Seminario di Trento: il famoso “Esperienze pastorali” di don Lorenzo Milani. L’edizione, al solito della LEF (Libreria editrice fiorentina), è del 1974. Il volume apparteneva al vescovo di Trento monsignor Giovanni Maria Sartori, nato a Vicenza (parrocchia di San Felice) nel 1925 e defunto ad Innsbruck nel 1998. La cartolina, invece, venne spedita a monsignore nell’agosto del 1975 da un giovane prete di neanche trent’anni, don Adriano Tessarollo, che è oggi il vescovo emerito di Chioggia. La vicinanza delle date di pubblicazione del libro ed invio della cartolina e l’anno (75) indicato a penna sul frontespizio accanto al nome del proprietario, inducono a ritenere che monsignor Sartori, quell’agosto del 1975, stesse leggendo proprio “Esperienze pastorali”.
L’amico Francesco Zuin, bibliotecario in Abano, ci aiuta a ripercorrere la ricca bibliografia del compianto Nico Naldini, che fu lungo esempio di sobrietà e passione di ricerca a noi tutti (come il canonico Bellicini lo fu di bontà e semplicità per d’Annunzio). Lo studioso friulano, scomparso nel settembre del 2020, è autore di una “Vita di Giovanni Comisso” (Einaudi 1985) e di una biografia del cugino Pier Paolo Pasolini (ancora Einaudi, 1989), che il 9 novembre del 1989 egli stesso – con firma autografa - dedicò “ai giovani lettori della biblioteca” di Abano. Dei lettori più anziani, evidentemente, gli interessava meno.
Verso la località trentina di Serrada sono indirizzati due messaggi, non datati, di Gabriele d’Annunzio ad Alessandro Pozzi, suo legionario di Fiume: “Sono contentissimo di avere finalmente un segno da te. Stop. Anche Pierfilippo mi ha dimenticato”. Il riferimento è al conte Pier Filippo di Castelbarco, di cui Danilo Massagrande documenta la presenza di tre messaggi a lui indirizzati dal poeta, da Fiume (1920) e Gardone (1921). Luigi Cadorna era stato nominato capo di stato maggiore dell’esercito pochi giorni prima dello scoppio della guerra, ben presto palesandosi “mosso da un altissimo senso del dovere – scrivono Astorri e Salvadori - e dalla ferrea convinzione che tutto deve essere sacrificato alla vittoria”. L’8 novembre del 1917, dopo la disfatta di Caporetto, fu costretto a lasciare il comando dell’esercito e, finita la guerra, venne nominato maresciallo d’Italia.
Ogni partito di massa aveva la sua donna-simbolo. Per la Democrazia cristiana è senz’altro Tina Anselmi, per il Partito comunista Nilde Iotti (“una gran donna” dice l’amico Sergio Conzatti); infatti son state entrambe fictionate, cioè fatte oggetto di una rappresentazione in forma di fiction: per la Rai e per altri media.
“Studiosa di problemi religiosi e sociali, documentati in opere che, pur tra le lacrime, precorsero tempi prospettive ed idee più tardi trionfanti”, Antonietta Giacomelli (1857-1949) fu una “paladina del bene”, secondo la definizione che ne dà A.A. Michieli in un volume del 1954 edito dall’Accademia roveretana degli Agiati. Livio Fiorio, che di quel sodalizio fu presidente, la presenta invece come una singolare figura di donna e un’instancabile indagatrice di fatti e fenomeni di vasta portata sociale. Antonietta scrisse molto. Antonio Stoppani fu il suo primo estimatore, mentre Benedetto Croce ne apprezzò “l’evidenza delle descrizioni, il commosso sentimento, i vivi ricordi patrî, il profondo cristianesimo e il cuore aperto alle voci della vita”. Padre Semeria giudicò il suo Lungo la via, con otto edizioni, “l’opera più rappresentativa della psicologia cristiana moderna di una donna italiana”. Come del resto Sulla breccia, essa è un diario romanzato di carattere sociale-educativo.
È un libretto per introdursi consapevolmente nella terza e, potendo, anche nella quarta età. Edito da Vita Trentina, “Invecchiare bene è un’arte” l’ha pensato e, in parte, scritto don Piero Rattin, biblista già delegato del vescovo di Trento per la pastorale di pensionati ed anziani ed ora rettore del santuario della Madonna di Caravaggio a Montagnaga di Pinè. All’agile testo hanno contribuito anche alcuni esperti, tutti rigorosamente anziani.
Luchino Visconti preferiva stare solo piuttosto che – diceva – “in mezzo a chi non ha niente da darti e cui non sapresti dare niente”. Dare e prendere, dare e portare via. “Vado a Torbole, alla Messa di don Vincenzo, perché almeno mi porto via qualcosa”, si confida una signora di Riva. Analoga questione solleva Paolo Malvinni, già bibliotecario, a proposito del soggiorno tutto sommato breve di Rocco Scotellaro (1923-1953) a Trento. Cosa si portò dunque via dal capoluogo il sindaco-bambino di Tricarico, “il poeta della libertà contadina”, come lo definisce Franco Vitelli e, prima di lui, Carlo Levi?